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Saturday
Jun232012

Forme e termini della medicina popolare a Gela citta' di mare: 

Dal sito di Gela: http://www.gelacittadimare.it/terapie.html

Terapie

 

FORME E TERMINI DELLA MEDICINA POPOLARE A GELA:

LA MALATTIA COME EVENTO SOCIALE.

Antico proverbio:

Sapi cchiù lu malatu patutu ca lu medicu saputu.

 

Questo lavoro è il frutto di una ricerca fatta a Gela, mia città natale, e vuole essere uno studio sulle ampie problematiche relative alla medicina “tradizionale” e di come la società gelese, e siciliana in più generale, affronta il problema non secondario della malattia. Ho cercato di tracciare un quadro delle interpretazioni della malattia in relazione alle credenze magico-religiose quindi ho ritenuto importante sottolineare l’aspetto sociale della malattia, di come essa risulta essere un evento strettamente collegato ai vari aspetti della vita quotidiana.
Nel mondo occidentale, le diagnosi e le terapie messe in atto per affrontare gli stati patologici che in diversa natura affliggono l’umanità, sono strutturate sulla base di quelle conoscenze scientifiche e tecnologiche che costituiscono l’asse portante del suo processo evolutivo. Questo non succede in tutte le società, innanzitutto per l’assenza di quelle conoscenze ma anche per la presenza di concezioni differenziate sull’eziologia della malattia, sul suo significato sociale, corporeo e simbolico. Tale diversità implica un problema di ordine non solo terminologico, infatti quando si contrappone la medicina moderna a quella tradizionale spesso la differenza implica un attitudine valutativa nel senso che la prima è considerata superiore qualitativamente rispetto alla seconda. Non vi è dubbio che esistono sostanziali differenze, ma esse non dovrebbero implicare un giudizio di valore quando sono affrontate da un punto di vista antropologico. Si può desumere come la peculiarità della medicina tradizionale sia stata a lungo individuata proprio nella mancanza di quella razionalità, che si riteneva prerogativa esclusiva del pensiero occidentale, e che finiva per connotarla negativamente relegandola in un ineludibile posizione di inferiorità.
Ma fra i numerosi elementi che differenziano i due sistemi, la rilevanza sociale della malattia è, a mio avviso, uno dei più significativi. Nelle società “tradizionali”, caratterizzate da un controllo insufficiente delle risorse, il fatto che si tirino in ballo forze extraumane e stregoni risponde ad una logica interna per certi versi non contestabile dall’esterno. E’ infatti solo in rapporto ad uno specifico sistema sociale, religioso, e simbolico che la malattia trova un senso: inoltre, spesso il guaritore non è solo uno specialista della cura ma un arbitro sociale, colui che mantiene i contatti con il mondo extraumano; egli lavora per mantenere l’armonia tra l’uomo, la società e il suo ambiente. La malattia, in ambito tradizionale, è vissuta dagli stessi soggetti che ne sono afflitti  non come prodotto della casuale aggressione di un’astratta entità “malattia” ma viene interpretata in base a fatti, sentimenti, azioni che hanno creato nel soggetto una catena causale il cui ultimo anello è rappresentato dallo stato di infermità. Le cause dei malesseri sono spesso ricercate nell’ambito dei rapporti sociali: ciò deriva dal fatto che in gran parte dei sistemi medici tradizionale si crede che una persona si possa ammalare per la scorrettezza del proprio comportamento, sia per quello dei suoi familiari; la terapia volta a ristabilire corrette modalità del vivere sociale, eliminando così, la causa del malessere, coinvolgendo spesso tutti i componenti del gruppo.

Oggi a Gela, dove l’economia locale è fortemente dipendente dal complesso petrolifero dell’Enichem, in seguito ai licenziamenti e alla chiusura di vari complessi all’interno della stessa struttura, si sta vivendo un periodo economico abbastanza delicato; le conseguenze si risentono molto anche nel versante culturale. La riscoperta di certe pratiche culturali, è in questo momento, più forte che mai, si sente forte il bisogno di ricorrere a certe modalità che offrano delle certezze, che possano compensare le incertezze del momento. Nelle comunità rurali ( e non solo, come il caso di Gela attesta) delle società avanzate le tecniche curative tradizionali e tutte le credenze che orbitano attorno non hanno smesso di avere un ruolo rilevante; la vita quotidiana è ancora oggi pervasa dalla presenza di spiriti e scandita da eventi che possono causare malesseri curabili solo con interventi terapeutici di tipo tradizionale: accanto alla tecnologia scientifica, l’operatore di spiriti e santi  è tutt’ora determinante per la riuscita della terapia. Del resto, medicina tradizionale e complesso magico-religioso spesso arrivano a fondersi; il guaritore e l’operatore sacro si identificano nelle tecniche curative, si utilizzando ampiamente preghiere a santi come implorazioni agli spiriti; le medicine, le erbe e gli infusi utilizzate dalle varie tecniche curative sono soltanto l’aspetto empirico dell’intervento; è nella forza del soprannaturale che il malato ripone interamente la sua fiducia. Il momento operativo determinante della cura spesso consiste nella richiesta di guarigione agli esseri del mondo extra-urbano. L’invocazione è infatti l’aspetto primario della cura: non si deve tralasciare nulla, ogni riferimento ed ogni parola devono essere formulati nella giusta sequenza; dire di più o meno può arrecare danni ancora maggiori della stessa malattia.

 

LE MALATTIE TRADIZIONALI A GELA.

Vermi e scantu.

Nella cultura popolare siciliana è ancora consistente che all’origine di molte malattie  vi siano o uno scantu o il malocchio o una fattura.
Scantu significa spavento, paura improvvisa, ma con questo termine sono indicate anche la susseguente malattia e la terapia relativa. Dire che una persona ha lu scantu  significa dire che quella persona ha tutti i sintomi relativi alla malattia da scantu, cioè mal di pancia, febbre, nausea, vomito e nei casi più gravi anche difficoltà a respirare; nei bambini anche un pianto insistente può essere utile per diagnosticare uno scantu. Lo spavento può essere provocato da qualsiasi cosa: assistere ad un evento spiacevole, un rumore improvviso, un incidente d’auto,  essere assaliti da un animale, cadere dalle scale o da un albero; ogni accadimento può essere fonte di scantu.  Lu scantu  colpisce con maggiore facilità le persone più deboli come i bambini, le donne e i vecchi ma tutti sono soggetti a scantarsi. Mia nonna dice: tutti pozzunu avillu, basta chi na pirsuna si scanta (tutti possono averlo basta che una persona si spaventa). Una volta diagnosticato, non sempre è facile ricondurlo ad un evento accaduto nella realtà.
La malattia che consegue allo scantu nell’ambito gelese è quella dei vermi. Nella concezione popolare del corpo si pensa che tutti abbiamo dei vermi collocati nel basso ventre che risiedono all’interno di un non precisato sacchetto; l’effetto scatenante, lu scantu, fa si che questi vermi escano dal proprio sito naturale attaccando le pareti dello stomaco e che all’interno dello stesso si muovono risalendo, fino ad attaccare la gola; una volta che i vermi arrivano alla gola si può morire per soffocamento. La descrizione di questi vermi appare a volte sommaria e confusa anche da parte degli stessi terapeuti; del resto, dal punto di vista della medicina moderna, essi non sembrano essere identificati. Da una sommaria analisi parebbe che i vermi siano una parassitosi dovuta da un’ infestazione di “ossiuri” e/o “ascaridi”; una prima differenza mi è stata data da Miluzza: Avemmu ddu tipi di vermi, chiddi rossi chi sunu chiddi normali chi c'avemmu tutti; poi ci sunu chiddi piccili, comu ad esempiu, chiddi chi fa u formaggiu, chisti sunu ancora cchiù tinti: fannu veniri l’anemia, mangianu tuttu, addirittura si infettunu. A ma figlia, cci vinninu quannu sinniu o bagnu, basta unu che si rifuggia intra on corpo e iddi si riproduciunu. Chisti vermi i curunu i merici, addirittura sa disinfettare a biancheria. (Abbiamo due tipi di vermi, quelli grossi che sono quelli normali e che abbiamo tutti, poi ci sono quelli piccoli, come per esempio quelli che fa il formaggio, questi sono ancora più pericolosi: fanno venire l’anemia, mangiano tutto, addirittura si infettano. A mia figlia, che li ha presi quando è andata in bagno, basta che uno si rifugia dentro il corpo e si riproducono. Questi vermi li curano i medici addirittura si deve disinfettare la biancheria).
Vi è poi un altro tipo di parassita: quando una persona mangia di continuo e in grandi quantità, si dice che ha  u vermi tagghiarinu (il verme tagliarino) ossia nel suo corpo dimora un parassita che, in base alle informazioni raccolte, pare sia la Tenia. Per debellarlo si utilizza diffusamente la semenza di cocuzza di giara ( il seme della zucchina bianca).
Quindi abbiamo due tipi di vermi, un tipo che risiede normalmente nel nostro corpo la cui esistenza è assodata a tal punto da non chiedersi nemmeno il perché della sua esistenza; quei vermi fanno parte del nostro corpo a tal punto che nemmeno i medici possono curarli dato che non credono alla loro presenza; l’altro tipo, invece, proviene dall’esterno ed essendo estraneo al normale equilibrio del corpo può essere curato dalla farmacopea ufficiale. Quasi tutti i siciliani sono stati almeno una volta nella loro vita da qualcuno/a che gli ha fatto i vermi; io stessa ho dei ricordi della mia infanzia, di mia nonna che periodicamente mi faceva i vermi perchè soggetta a spaventarmi facilmente.
La diagnosi di scantu può essere fatta da chiunque, dalla famiglia, da una vicina di casa, da una persona più anziana e i sintomi sono molteplici: nu lamentu (un lamento); avia l’occhi i fora ( aveva gli occhi di fuori) ci vinni a frevi ( gli è venuta la febbre); un rispirava ( non respirava); inoltre inappetenza, sudori freddi e quando i vermi sono arrivati alla gola, bava e segni di soffocamento. Di per sé i vermi non sono una malattia grave ma questa la può diventare  se non è curata in tempo, può portare alla pazzia se non addirittura alla morte. Teresa spiega: se ti rrivunu 'nda testa po mpazziri senno addirittura moriri, se si fermanu 'do coddu poi moriri suffucata, sunu pericolosi ( se ti arrivano in testa puoi impazzire o addirittura morire, se si fermano alla gola puoi morire di soffocamento, sono pericolosi.).
Nella rappresentazione popolare i vermi, quando fuoriescono dal loro sito naturale, si incumulanu come na palla ( si accumulano come una palla), e questa palla si muove tutta insieme verso l’alto; lo scopo della terapia è quella di fare scendere questa palla verso il basso, verso il suo sito naturale; se i vermi per qualche motivo muoiono è ancora peggio perchè vanno in decomposizione all’interno dello stomaco e bisogna espellerli: ma figghiu iccau na palla i vermi accumulati gia fradici, poi guariu subitu ( mio figlio ha buttato un palla di vermi accumulati gia fradici poi è guarito subito). Per risolvere il problema dei vermi bisogna rivolgersi dunque ad un calavermi. Il suo compito consisterà nel fare in modo che questi vermi ritornino nel loro sito; il rituale consiste di due parti: una meccanica o gestuale e una oratoria, dove viene recitata l’orazione. La calavermi, diagnostica la malattia toccando lo stomaco del paziente o appoggiando una tazzina di caffè, a cicaredda, unta ai bordi con olio e aglio; se la tazzina non si stacca vuol dire che ci sono i vermi; fatto questo procede facendo dei massaggi sullo stomaco del paziente con movimenti verso il basso in modo da riportare i vermi verso il proprio sito naturale. Mentre effettua il massaggio, recita un orazione. Varie sono le orazioni che ho trovato durante la mia ricerca ma quella più nota è la seguente:

Lunniri è santu
Martiri è santu
Mercori è santu
Ioviri è santu
Venniri è santu
Sabatu è santu
La duminica i Pasqua
stu vurmuzzu ‘nterra casca….

(Orazione popolare)

Mia nonna, finito di recitare quest’orazione aggiunge:

Lunniri è santu, e santu è
Martiri è santu , e santu è
Mercuri è santu e santu è
Ioviri è santu, e santu è
Venniri è santu, e santu è
Sabato è santu, e santo è
La Duminica i Pasqua
Stu vurmuzzu ‘nterra casca
E diventa na frasca.

Fiducia a san Dominicuzzu.

Angelo Custode leva stu male a sta creatura (due volte).

Segue il Padre Nostro e il Credo.
Infine con le mani, segue l’ordine del segno della croce e recita:

Vermi virmiceddu
Siti longu e minutiddu
Ccu la testa muzzicata
E la lingua ‘nsanguinata

(Linda Legname, nonna)

In questa orazione, la pratica viene comparata alla settimana santa, il decorso della malattia corrisponde alla passione e morte di Cristo e la domenica di Pasqua è paragonata al momento della guarigione. Il malato viene identificato con la figura di Cristo. Questo rito si deve eseguire il mattino presto al tramonto per tre volte nello stesso giorno o, in caso di una situazione grave, per tre volte di seguito solitamente la mattina. Un tratto comune che ho ritrovato è che quasi tutte le orazioni si devono dire tre volte al giorno o per tre giorni. Quando chiesi a Teresa “come mai tutte le orazioni si devono dire tre volte”, la risposta è stata immediata e con un tono di rimprovero sul fatto che io, gelese, non conoscessi il motivo che è il seguente: pirchì tri voti si indica la Trinità: Patri, Figghiu e Spiritu Santu (perché tre volte si indica la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo).
Teresa mi ha detto di conoscere invece due differenti orazioni: una per i casi meno gravi o per quelli fatti per sicurezza, solitamente da recitare una volta soltanto; e un'altra che si recita per giorni consecutivi, in casi un po’ più gravi. La prima è la seguente:

Bedda Matri di Sant’Agustinu
siti principi e siti finu
o chi cci viniti
o chi cci mannati
accussi prestu mu/a liberati

 (Teresa Camiolo, casalinga)

Chiude  infine il Padre Nostro, l’Ave e il Gloria.

 

La seconda orazione è la seguente:

Lu vermi di latafania
ssa mangiatu la vita mia
ssa mangiatu la vita e la ula
lassatimi libira stu/a criaturu/a

(Teresa)

Chiude, infine, con il Padre Nostro, l’Ave e il Gloria.

 

Nella prima orazione si vede come la richiesta è fatta direttamente ed esplicitamente a Sant’Agostino, che viene da Teresa individuato come la figura che è in grado di liberare il paziente dall’infestazione; la seconda orazione invece è molto generica, non viene rivolta a nessun santo in particolare ma è rivolta a chiunque possa intercedere presso i vermi se non direttamente a Dio. Prima di eseguire l’operazione, la calavermi si fa il segno della croce insieme a tutti i presenti. La gestualità è molto importante in questo tipo di pratica poiché molto dipende da come vengono meccanicamente effettuati i gesti. Si inizia, come già detto, con il segno della croce, segue la diagnosi fatta con  a cicaredda o con il toccare il ventre con la mano quindi l’operazione. Prima di fare il massaggio, il terapeuta si ungerà la mano di olio, santificato con il segno della croce; all’olio santo vengono attribuite proprietà terapeutiche in grado, assieme al massaggio, di calmare i vermi. Oltre all’olio, anche ad altre sostanze vengono attribuite proprietà terapeutiche come ad esempio o spirdu ( l’alcool etilico): si pensa che abbia la capacità di fare scappare i vermi che, odorandolo, si rifuggiano verso il basso. Miluzza, invece, mi dice che quando i vermi sono molti lei fa un'altra operazione: Io pigghiu un pezzu di stoffa o garza, nenti cottuni, u pregnu di ogghiu e poi lu mettu nno sedere: i vermi sentunu u sciaviru do mangiari e accussì o postu di cchianari 'nda coddu, scinninu in bassu e così veninu ‘iccati fori attraverso a cacca (Io prendo un pezzo di stoffa o garza, non cotone, lo ungo di olio e poi lo metto nel sedere: i vermi sentono l’odore di cibo e così invece di salire in gola scendono verso il basso e vengono espulsi tramite le feci.
Il sapere dei vermi di solito si tramanda generazionalmente per via femminile, tutte le informatrici sono state concordi nel dirmi che l’orazione di deve imparare durante la settimana santa iniziando dal lunedì fino alla domenica di Pasqua. Mia nonna mi spiega perché bisogna procedere nel seguente modo: Duranti a simana santa, tu comu u Signori passi na simana a priari e a ‘mparariti a orazioni, e a duminica di Pasqua, quannu u Signori resuscita puri tu è comu se resuscitassi; dopo chi u Signori mori tu poi imparariti a curari i pirsuni; Iddru duna i putiri i fari i miracoli, mentre chi u Signori era ‘mprigionato puri Iddru faciva i miraculi (Durante la settimana Santa, tu come il Signore, passi una settimana a pregare e ad impararti l’orazione e la domenica di Pasqua, quando il Signore resuscita, pure tu è come se resuscitassi; dopo che il Signore muore tu puoi imparare a curare le persone; è lui che da il potere di fare i miracoli, mentre che il Signore era in prigione faceva i miracoli). In questo passo dell’intervista è evidente come mia nonna identifichi il percorso del suo apprendistato con la Passione di Cristo e come, nella sua concezione, la morte di Cristo serva a salvare l’umanità fino a concedere la facoltà di fare i miracoli; nel caso dei vermi non si tratta sicuramente di un miracolo vero e proprio dato che la pratica di calare i vermi non è considerato un evento straordinario nella concezione popolare del corpo e della malattia. La calavermi esclude ogni suo rapporto con spiriti ed esseri soprannaturali e, al contrario dei maghi, è una persona di cui aver fiducia e il cui operato non verrà mai temuto. Nessuno nega di essere mai stata da una calavermi, ella è parte integrante del tessuto sociale locale; quello che la differenzia dalle altre persone è il fatto che lei conosce l’orazione giusta per fare guarire dai vermi.

U suli.

Oltre allo scantu, un'altra delle malattie tradizionali trattate a Gela è il “colpo di sole” o meglio ancora u suli. U suli, come u scantu, è una delle malattie che fanno ricadere la causa nel versante della naturalità dato che questa malattia essa sopravviene dopo una lunga esposizione del capo al sole. I sintomi del colpo di sole sono: spossatezza, mal di testa, febbre; nei casi più gravi anche la perdita di  coscienza e confusione mentale.
Gela, per la sua posizione geografica, è esposta ai raggi del sole per quasi la totalità dell’anno e durante la stagione estiva ( che spesso va dai primi di maggio a metà ottobre) il sole è talmente forte che è molto pericoloso esporsi all’azione dei suoi raggi durante le ore centrali della giornata. Evitare i raggi del sole, però, non è sempre possibile: chi lavora nei campi, chi comunque lavora all’aria aperta è quasi sicuramente soggetto a prendere u suli. Il sole in testa causa degli squilibri forti all’interno del cranio. Miluzza mi spiega questa dinamica: Intra a testa resta u suli, provoca caluri chi ti tocca i punti cchiu delicati da testa. Ci su pirsuni chi sunu cchiu facili a pigghiari u suli di avitri e pi cchissi ecchiu pericoloso. Indebolisci a testa sulu de punti cchiu delicati. (Dentro la testa, resta il sole, provoca calore che ti tocca i punti più delicati. Ci sono persone che prendono il sole più facilmente di altre e per queste prendere il sole è più pericoloso. Indebolisce la testa solo nei punti più delicati).
Dunque, il sole rimane dentro la testa e il suo forte calore causa squilibri, per ripristinare l’equilibrio bisogna fare uscire il sole dalla testa in cui dimora. La cura si effettua nel seguente modo: si prende un bicchiere bianco pieno quasi fino all’orlo di acqua, si aggiungono tre gocce di olio di oliva , si mette in cima al bicchiere una stoffa a trama fitta in modo che l’acqua non passi attraverso; la si pone capovolta sulla testa del paziente e se l’acqua “bolle” vuol dire che c’è il colpo di sole. Più forte bolle più è il dannu chi fici u suli (danno che ha fatto il sole). Dicendo “bolle” non si intende il processo chimico attraverso il quale l’acqua passa da uno stadio liquido ad uno gassoso, ma la comparsa di alcune bollicine d’aria che risalgono verso l’alto e che fanno si che l’acqua contenuta nel bicchiere si muova come se bollisse, Una volta accertato che c’è il sole, e individuati i punti dove il sole ha recato danni, si procede con l’orazione introdotta dal segno della croce.

Suli di livanti
Suli di punenti
Santu Salvaturi                   
luvati stu mali
ppi lu Santu Sacramentu

(Miluzza Palermo, casalinga)

Chiude, infine, il Padre Nostro, l’Ave e il Gloria.

Glenda, invece, apporta una variazione alla precedente orazione:

Suli di livanti
Suli di punenti
ppi lu nostru Santu Salvaturi
luvati stu santu suli.

(Glenda Ciaramella, casalinga)

Segue un Padre Nostro, l’Ave e il Gloria.

oppure

Santa lia, santa Lia,
di lu Carmini Maria
se si veru sulliuni
iu ti preju po Signuri,
se si veru suli caninu
iu ti preju pò Bamminu.
Nesci sulliuni
e vatinni do vadduni
e si parti la calura
e ci lassi li friscura.

(Anonimo)

Tutto questo si ripete per te giorni, al mattino o a digiuno. In entrambi i casi l’orazione è diretta al Santo Salvatore ossia Gesù morto in Croce per salvare l’umanità dai peccati; Miluzza chiama il sole  stu mali (questo male), Glenda lo chiama stu santu suli  (questo santo sole). In pratica, da dovunque venga il sole (levante o ponente) è comunque santo poiché fa crescere le piante, da benessere, ed è indice di tranquillità per il futuro incerto; ma se esposti alla sua azione per un tempo troppo lungo questo diventa dannoso e, come tutte le cose, anche il sole deve essere preso nelle giuste quantità altrimenti causa una disfunzione. Ma a tutto, con “l’aiuto di Dio” c’è rimedio.
Teresa mi riferisce un altro modo per curare i colpi di sole, più meticoloso ed utilizzato per chi ha sintomi più forti. La procedura è la seguente: si prende un piatto o una ciotola piena d’acqua, un bicchiere, una candela, tredici pezzettini di cotone che rappresentano gli apostoli, e un panno rosso che, avendo lo stesso colore del sole, ha la capacità di attirarne il calore verso di sé e, di conseguenza, verso l’acqua benedetta che contiene le tre gocce di olio che a loro volta rappresentano la Trinità. Il panno si pone sulla testa del paziente, sopra di quello il piatto con l’acqua; si bruciano in successione i tredici pezzettini di cotone idrofilo e dopo averli gettati nell’acqua del piatto si coprono rapidamente con il bicchiere: se il bicchiere rimane attaccato al piatto vuol dire che in un punto specifico della testa “c’è il sole”. Attraverso i tredici pezzettini di cotone si riesce a sondare tutta la superficie della testa. L’orazione è uguale a quella precedente. Finita la funzione, l’acqua carica del calore del sole si getta in strada oppure sulla terra nuda oppure ancora su na rasta  (vaso con una pianta); in questo modo, facendo si che l’acqua evapori, il sole si riprende il calore e la parola di Dio, di cui l’acqua è carica, può germogliare e dare i propri frutti. L’equilibrio corpo-natura è ripristinato. Come si acquista il sapere per guarire il sole? Miluzza dice: s’ha insignari duranti a simana santa; a cominciare i lunedì santu finu o iornu i Pasqua, come i vermi ( si deve insegnare durante la settimana santa; a cominciare da lunedì e a finire fino al giorno di Pasqua, come i vermi).
U suli insieme allo scantu, sono le due categorie eziologiche più comuni che si possono trovare a Gela, e di conseguenza, le più facili da curare;  ma vi sono altre malattie molto più gravi a cui si cerca di dare rimedio in modo “tradizionale” senza che però la guarigione sia un evento certo. Tra queste ritroviamo u focu i Sant’Antonio.

 U focu di Sant’Antoniu.

E’ una dermatite di origine virale molto grave che se non curata in tempo si può espandere verso gli strati più interni della pelle fino a provocare la morte dell’individuo, nei tempi più recenti la medicina ufficiale ha individuato farmaci particolarmente efficaci e raramente viene curata tradizionalmente. La cura tradizionale è comunque conosciuta e anche per lu focu di Sant’Antonio vi è un momento manipolatorio seguito da una formula verbale, si prepara, inoltre, anche una dose, ossia un preparato da spalmare sulle ferite. Prima si fa il segno della croce, poi si recita l’orazione:

Sant’Antonuzzu ccu li so voi
a lavurari ti ni vai da so suruzza
scuntrai so suruzza
che mi porti di mangiari?
Zunza di porci e lardu di maiali
Sant’Antunuzzu stu mali mata a luvari

(Nonna Linda)

Segue il Padre Nostro, Il Gloria, L’Ave Maria.

In questa orazione la malattia è intesa come una sorella di Sant’Antonio, so suruzza, dalla quale lo stesso santo va a lavorare; il cibo che le porta corrisponde agli elementi che formano la “dose” e una volta che la suruzza è appagata, la malattia scompare. La dose si fa nel seguente modo: zunza (strutto) di maiale, lardo di maiale e pomata “Canesten”, da passare tre volte al giorno sulle lesioni fino a guarigione avvenuta. La pomata Canesten è un prodotto farmaceutico quindi si nota come la farmacologia ufficiale non sia del tutto rinnegata ma le si riconosca un efficacia.

 U pruppu i ll’occhiu.

U pruppu i ll’occhiu  (letteralmente il polipo dell’occhio, ma si riferisce all’orzaiolo) è un'altra delle infermità  che è possibile curare tradizionalmente, anche in questa pratica teraupetica coesistono due parti: una manipolatoria e l’altra oratoria. L’orazione è la seguente:

Santa Luciuzza ‘ncammira stava
forbici d’oru in manu tinia
idda tagghiava, idda cusiva
Che beddu lu nomu di Santa Lucia
A scuntrau u maestru:
Lucia, chi hai?
A idda chi avia l'occhi malati
, u Maestru ci dissi:
Vattinni all’ortu miu e va cogghi rarici e finocchi,

cu li manu li chiantai, cu li me peri li scarpisaiu
Squagghia sta vina, squagghia pirata
Squagghia stu pruppu che ‘nzanguinatu

(Glenda Ciaramella)

Mentre si recita l’orazione la curatrice passa uno spicchio d’aglio davanti all’occhio mentre la persona malata tiene in mano un coltello dove è stato passato lo stesso spicchio d’aglio.
E’ evidente la relazione tra la malattia degli occhi e Santa Lucia, la Santa cieca che può intercedere presso il maestro e che con il suo operato scioglie la vena insanguinata come la gelata nei campi. 

Fonte: Veronica Ventura

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